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a cura di Roberta Biagi (segreteria@isaacnewton.it)


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Vergine (Virgo)


All’essenza femminile, riassunta nel contrasto primigenio tra fertilità e verginità, è associata la costellazione della Vergine.

La dea Ishtar (Ashtoret o Astarte) babilonese è l’antesignana della dea sassone Eostre (Easter in inglese), divinità della fertilità e della rinascita a primavera, periodo in cui la costellazione appare più brillante; la festa in onore di Eostre è all’origine della Pasqua cristiana.

Nell’antico Egitto, questa costellazione era identificata con Iside, con una spiga di grano in mano o con in braccio il piccolo Horus.

In epoca romana, i latini vi vedevano la raffigurazione di Dike (o Astrea, la dea della giustizia), associata alla confinante costellazione della Bilancia.

La mitologia romana si ricollega all’Età dell’Oro, quando la Giustizia viveva in mezzo agli uomini, sotto il regno di Saturno. A quel periodo di eterna primavera, in cui gli uomini non avevano bisogno di lavorare perché la terra produceva spontaneamente i suoi frutti, seguì l’Età dell’Argento, con Giove sovrano: iniziò il susseguirsi delle stagioni, gli uomini dovettero faticare per vivere ed iniziarono i contrasti tra di loro.

La dea Dike, profondamente delusa, si ritirò lontano dal genere umano, sopra alte montagne, predicendo agli uomini un futuro ancora più oscuro. Seguirono, infatti, l’Età del Bronzo e del Ferro, in cui la malvagità umana non conobbe più freni. Dike, ancora più disgustata, con le sue ali volò tra le stelle, da dove, sempre più triste, guardava la meschinità degli uomini.

Nel mito greco, la Vergine è associata a Demetra (Cerere per i Romani) o, ancora più comunemente, a Persefone (Proserpina per i Romani), sua figlia, rappresentata con una spiga (la stella Spica) di grano nella mano destra e una foglia di palma nella sinistra.

Persefone era, all’inizio, chiamata Kore (“fanciulla” o “vergine”) e raffigurava il grano appena spuntato, mentre la madre il grano maturo, incarnando allegoricamente i due volti della fecondità.

La leggenda narra che, mentre la fanciulla stava raccogliendo giacinti in un prato, da una voragine nel terreno emerse, sopra un carro tirato da cavalli immortali, il dio degli Inferi Ade, il quale rapì la giovane, conducendola nel suo regno. Demetra, informata dell’accaduto dal dio Elio (= Sole), disperata abbandonò i Celesti e, sotto le spoglie di una vecchia, peregrinò a lungo sulla terra, alla vana ricerca della figlia.

Ma, senza la protezione di Demetra, la Terra non dava più i suoi frutti. Zeus, di fronte al pericolo di una carestia, chiese ad Ade di liberare la fanciulla. Ade, però, disse di averle fatto mangiare un chicco di melograno (che era il cibo dei morti) per cui Persefone non avrebbe più potuto andarsene dagli Inferi.

Si giunse tuttavia ad un compromesso: Persefone avrebbe trascorso quattro mesi, quelli invernali, con Ade, mentre gli altri otto li avrebbe trascorsi con la madre, facendo così rinascere la natura, dopo il freddo e sterile inverno.


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