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a cura di Roberta Biagi (segreteria@isaacnewton.it)


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Leone (Leo)


Identificata con il Sole a partire dall’antica civiltà mesopotamica, la costellazione del Leone coincideva per gli Egizi con la levata eliaca di Sirio e con la piena estiva del Nilo nel periodo più caldo dell’anno (da qui ha origine la parola “solleone”); ciò spiega il perché di teste leonine scolpite sui ponti dei loro canali.

Il mito greco più famoso è quello che si ricollega alla prima fatica di Eracle, che uccise l’enorme leone di Nemea. L’animale era figlio della dea della Luna, Semele, la quale, partoritolo, lo gettò, inorridita, sulla Terra, dove prese dimora in un antro vicino a Nemea, in Argolide.

Quando gli abitanti della cittadina dimenticarono di offrire il rituale sacrificio a Semele, la dea, per vendicarsi, liberò il leone, il quale, invulnerabile, prese a devastare in lungo e in largo la regione. Eracle, però, riuscì a bloccare la belva nella sua grotta, a stordirla ed infine a strangolarla. Toltagli la pelle la portò al re Euristeo, che, spaventato, ordinò all’eroe di tenere fuori dalle mura della città i suoi trofei. Da allora la rappresentazione di Eracle con indosso la pelle leonina è diventata un classico dell’iconografia.

Un’altra versione del mito (che affonda le proprie origini in una leggenda babilonese) ricollega la costellazione del Leone alla storia di Piramo e Tisbe, anticipatori dei moderni Romeo e Giulietta.

Piramo e Tisbe erano, infatti, due innamorati, contrastati dai rispettivi genitori. I giovani erano soliti incontrarsi di nascosto in luoghi fuori mano, uno di questi era la tomba di Ninos, dove cresceva una pianta di gelso, dai candidi frutti, che si specchiava in una fonte. Tisbe giunse per prima, ma avvicinatasi una leonessa dalle fauci sporche di sangue, si diede alla fuga, perdendo il suo velo. La belva si avventò sul velo, lacerandolo e sporcandolo di sangue.

Piramo, giunto nel luogo dell’appuntamento e rinvenuto l’indumento, credette immediatamente che la sua adorata fosse stata sbranata da una belva; disperato, per l’insopportabile dolore, si trafisse con la sua spada, macchiando di sangue le bacche del gelso. Più tardi, quando Tisbe tornò alla Tomba di Ninos, sgomenta alla vista del cadavere dell’amato, si trafisse anch’essa con la medesima arma.

La leggenda vuole che, da allora, in memoria dei due giovani sfortunati, i frutti del gelso siano di colore rosso vivo.



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