Identificata con il Sole a partire dallantica
civiltà mesopotamica, la costellazione del Leone coincideva
per gli Egizi con la levata eliaca di Sirio e con la piena estiva
del Nilo nel periodo più caldo dellanno (da qui
ha origine la parola solleone); ciò spiega
il perché di teste leonine scolpite sui ponti dei loro
canali.
Il mito greco più
famoso è quello che si ricollega alla prima fatica di
Eracle, che uccise lenorme leone di Nemea. Lanimale
era figlio della dea della Luna, Semele, la quale, partoritolo,
lo gettò, inorridita, sulla Terra, dove prese dimora
in un antro vicino a Nemea, in Argolide.
Quando gli abitanti
della cittadina dimenticarono di offrire il rituale sacrificio
a Semele, la dea, per vendicarsi, liberò il leone, il
quale, invulnerabile, prese a devastare in lungo e in largo
la regione. Eracle, però, riuscì a bloccare la
belva nella sua grotta, a stordirla ed infine a strangolarla.
Toltagli la pelle la portò al re Euristeo, che, spaventato,
ordinò alleroe di tenere fuori dalle mura della
città i suoi trofei. Da allora la rappresentazione di
Eracle con indosso la pelle leonina è diventata un classico
delliconografia.
Unaltra versione
del mito (che affonda le proprie origini in una leggenda babilonese)
ricollega la costellazione del Leone alla storia di Piramo e
Tisbe, anticipatori dei moderni Romeo e Giulietta.
Piramo e Tisbe
erano, infatti, due innamorati, contrastati dai rispettivi genitori.
I giovani erano soliti incontrarsi di nascosto in luoghi fuori
mano, uno di questi era la tomba di Ninos, dove cresceva una
pianta di gelso, dai candidi frutti, che si specchiava in una
fonte. Tisbe giunse per prima, ma avvicinatasi una leonessa
dalle fauci sporche di sangue, si diede alla fuga, perdendo
il suo velo. La belva si avventò sul velo, lacerandolo
e sporcandolo di sangue.
Piramo, giunto
nel luogo dellappuntamento e rinvenuto lindumento,
credette immediatamente che la sua adorata fosse stata sbranata
da una belva; disperato, per linsopportabile dolore, si
trafisse con la sua spada, macchiando di sangue le bacche del
gelso. Più tardi, quando Tisbe tornò alla Tomba
di Ninos, sgomenta alla vista del cadavere dellamato,
si trafisse anchessa con la medesima arma.
La leggenda vuole
che, da allora, in memoria dei due giovani sfortunati, i frutti
del gelso siano di colore rosso vivo.
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